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giovedì 7 aprile 2016

Io e il tango (ovvero: Una storia d'amore)

Un'altra ospite nel mio blog: è Giovanna Bettio. Qualcuno di voi forse ci ha ballato insieme in milonga, di cui è un'assidua frequentatrice. Qui ci racconta la sua storia d'amore con il tango, cominciata ormai qualche anno fa...
Leggiamola insieme.


Come ci siamo conosciuti

È ironica e felice l’amica e autrice di questo blog che mi ospita con un post semi-serio. L’ho conosciuta ormai quattro anni fa per lavoro e mi ha convinto in poche mosse a iscrivermi a un corso di tango. Mi piaceva la musica che mi faceva spesso ascoltare tra un comunicato stampa e l’altro. Mi piaceva sentirla parlare di quello che la emozionava del tango, mi piaceva vederla camminare. Così ci ho provato: per gioco mi sono iscritta a un corso per principianti.

I miei obiettivi?


  1. Riconciliarmi con il genere maschile, 
  2. andare oltre la mia zona di confort
  3. guardarmi nel profondo e, magari, migliorarmi.

Giovanna Bettio sorride in milonga
Il sorriso di Giovanna, foto di Juliet Astafan.

Com'è nato l'amore

Incredula di mettere un passo dietro l’altro, oggi ballo tango da tre anni e cerco di non lasciar passare troppo tempo tra una tanda e un’altra. Il tango è diventato quasi come la meditazione: corpo e mente, se viaggiano assieme, ti fanno percepire il sublime piacere dell’essere presenti e disponibili a vivere le emozioni che accadono in quel momento preciso. Dunque, che dire: sì, le mie aspettative sono state sicuramente rispettate... Ma vediamo come, punto per punto.

1. Riconciliarmi con il genere maschile

Ebbene sì, in quel momento della mia vita avevo bisogno di riconciliarmi con gli uomini. Questo  è successo, naturalmente nel tempo, grazie all’abbraccio.
All’inizio ero arrabbiata, molto. Mi ero fatta rubare l’anima in pochi mesi con una storia sbagliata e, con il tango, grazie al linguaggio del corpo, potevo finalmente dare fiducia e affidarmi; ma che fatica!

Ogni tanda è diversa perché siamo diversi noi stessi e il ballerino/a cui ci concediamo. C'è la tanda simpatica, la tanda imbarazzante, c’è quella emozionante, c’è quella rassicurante... e quella che ti mette alla prova (penso a un ballerino che ha molta padronanza della tecnica mentre magari voi non ne avete ancora), e ci siamo noi e lui con le nostre mille sfumature. Entrambi dovremmo unicamente desiderare di volerci rilassare nella musica. È il bello del tango e della vita, l’imperfetto!

A meno che non si tratti di un uomo che ha ballato tutta la sera e ha dimenticato un cambio di camicia a casa, non c’è alcun motivo per non farsi prendere da un abbraccio di cuore se vi affidate a chi sta di fronte a voi!
Se non lo conoscete e vi sentite messe alla prova, il mio consiglio è: concentratevi prima sul ritmo e, se nel frattempo riuscite a sentirvi rilassati, sulla melodia, se riuscite a entrare in sintonia con il partner.

Abbracciare con il cuore
Un abbraccio di cuore, foto di Sergio Scandiuzzi.

2. Superare la mia zona di comfort

Non posso dire come mi soprannominano le mie amiche di milonga, tra il divertito e l'incredulo. Diciamo che ha a che fare con le pubbliche relazioni. Questo perché - a detta loro - ho successo con i tangueri e riesco a ballare anche in situazioni "difficili"...
Io mi do questa spiegazione: sono dolcezza e empatia a permettermi di fare qualche tanda in più rispetto magari a alcune signore sedute accanto a me, che, pur più belle o brave, a volte non vengono invitate. La fortuna del principiante? Io non credo sia solo questo.
L’attenzione alla milonga, il sorriso (a volte sfacciato) e la voglia di ballare mi hanno spesso aiutato a superare la mia “timidezza” e le mie paranoie.

Ho scoperto che non sono l’unica che fa fatica a relazionarsi nel ballo: molti ballerini (parlo dei maschi perché ne ho avuto riscontro chiacchierando con alcuni di loro) spesso si fanno smascherare nella loro timidezza. A volte mi capita di percepire che sono piacevolmente sorpresi o, semplicemente, che si divertono/stanno bene, nella tanda.
 Da cosa lo capisco? L’espressione felice del viso e il silenzio sono quanto di più bello possa esserci, soprattutto se la timidezza non viene scambiata con l’imbarazzo che ci può essere quando si prova attrazione o voglia di abbandonare la tanda per la pressione emotiva che percepiamo dall’incontro con l’altro.

3. Guardarmi nel profondo (e migliorarmi)

Non mi reputo una gran ballerina e nemmeno mi reputo una “gnocchissima” come se ne vedono spesso in milonga, ma sicuramente non mi piace passare inosservata. Generalmente gli orecchini mi aiutano a non passare inosservata: ne indosso di grandi, dalle forme stravaganti e spesso colorati.
Inizialmente facevo fatica a pensare di indossare qualcosa di diverso da un jeans. Il jeans mi piace e lo porterei anche 6 giorni su 7, indipendentemente dalla situazione! Ma ho capito che in milonga anche l'occhio vuole la sua parte. Quindi, cerco di vestirmi in maniera femminile ma senza volgarità.
Ora cerco di prepararmi come se avessi un appuntamento importante a lavoro o se stessi per uscire con un uomo che mi interessa. Questo aspetto futile ha permesso di valorizzarmi e di scoprirmi carina indipendentemente da come passo agli occhi dell’altro.
Inizialmente mi sentivo osservata da chi rimane seduto, ma ora penso: chissenefrega se sbaglio, non è mica una gara a essere perfetti! Se sbaglio è perché non mi sono fidata e non ho saputo ascoltare come il tango insegna alle donne. Ed è proprio l’ascolto che mi aiuta a migliorarmi: nella vita si tende a accelerare, ma mettere pressione all’altro non aiuta.
Questa in effetti vale anche come regola di coppia!

Che cosa sto imparando dal tango?

Il tango mi è servito per dirmi: “Dai, muoviti, mettiti quella canottiera carina, truccati e esci” nei momenti in cui avrei solo voluto stare a casa in pigiama perché mi sentivo sola, brutta e stanca; il tango mi è servito per dirmi: “Rimettiti un po’ in forma”, quando proprio in forma non lo ero, e a consolidare la consapevolezza in me che si può arrivare alle persone senza per forza doversi conoscere.
Il tango mi ha permesso di rilassarmi, cosa che nella vita quotidiana fatico a fare, di vedere la gente avere voglia di vivere anche a settant’anni.


Che cosa mi emoziona nel tango?

La gratitudine nello sguardo di chi è di fronte a me.
L’emozione dell’abbraccio.
La sensazione che quello che vivi si modifica come tu ti modifichi.



Ringrazio le mogli e le fidanzate dei ballerini con cui ballo non solo perché sanno che il tango è un gioco e che, quindi, in milonga non si deve essere troppo gelose!
Ringrazio gli amici che mi ri-abbracciano volentieri e dedico questo post a un amico recentemente scomparso il quale ha lasciato un piccolo vuoto anche nel mio cuore.



Articolo di Giovanna Bettio.

Chi sono in sette righe e mezza

Digital addicted, empatica, determinata e periodicamente in crisi perché incontentabile. Ho studiato storia dell’arte per diventare marketer, così almeno mi vedo. Grazie alla formazione prima umanistica e poi economica, ho cominciato a interessarmi alla scrittura per il web e ai nuovi media prima per il turismo e poi per le scienze: le persone leggono, si confrontano, accedono a internet ovunque e i social network così come l'acquisto online sono esperienze quotidiane per milioni di persone oramai da qualche anno. Mi sono appassionata al web tanto da specializzarmi in comunicazione digitale e ora organizzo eventi. In valigia ho sempre qualche libro, una reflex e qualche cv di jazz e di indie-rock.

mercoledì 23 marzo 2016

Quando esci per intervistare il "pittore del tango"... e rientri come performer milonguera

Chi l'ha detto che internet non favorisce la comunicazione nel mondo reale?

Raccontango mi sta facendo conoscere tantissime persone interessanti. E molte di quelle persone le sto incontrando, piano piano, un po' alla volta, durante convegni, in milonghe, a mostre di pittura...

Ecco, questo è il racconto di un'altro incontro magico, quello con Massimo Pennacchini.

Forse qualcuno di voi lo conosce, soprattutto se bazzica intorno a Roma... Massimo è "il pittore del tango". Ma non sono mica io a dirlo, lo hanno detto in tantissimi prima di me, tra cui un mostro sacro come Miguel Angel Zotto...

Ebbene, Pennacchini ha una mostra a Milano, in questi giorni, si intitola Tango Silencio.


[Se non ci siete ancora andati, andateci che ne vale assolutamente la pena! Tutte le info qui.]

Massimo Pennacchini all'inaugurazione della sua prima mostra a Milano
Massimo Pennacchini all'inaugurazione della sua prima mostra a Milano (foto di Alessandra).


mercoledì 10 febbraio 2016

Quando il tango ci mette lo zampino... Appunti dopo C Come

Voglio condividere con voi una storia davvero bella, di quelle dove il tango ci mette lo zampino e ti scombussola, se non la vita, almeno la giornata.

Come forse qualcuno dei miei lettori sa, nella "vita vera" mi occupo (tra le mille altre cose) di comunicazione, soprattutto digitale.

Ebbene, una settimana fa sono stata a Roma a C Come, un convegno su copywriting, content marketing e creatività. 

Perché sono una blogger, oltre che una tanguera!


Quando sono partita, credevo che questa - chiamiamola così - gita a Roma avrebbe avuto almeno tre effetti positivi:

  1. mi sarei fatta un giro a Roma, di cui potete dire tutto ma... è Roma, cavolo! 
  2. avrei visto degli amici carissimi;
  3. avrei imparato un sacco di cose utili e interessanti, molte delle quali pronte da essere sfruttate sul mio blog, ovvero questo.
Ero un pochino triste, in effetti, solo per il fatto che il programma serrato e i pochi giorni non mi avrebbero permesso di andare a ballare nemmeno una volta.

Ma destino, che in questo caso si chiama "tango", ci ha messo lo zampino...


In qualche modo, in questa storia, ci voleva entrare!

Lo ha fatto nel modo più scenografico possibile, direi un po' stile Carramba, che sorpresa.

Nel primo pomeriggio, spazio alle domande, un uomo si presenta prima di fare la sua: "Ciao a tutti, mi chiamo Stefano Cucchi - non quello della cronaca...".
E qualcosa è scattato nella mia testolina. Quel nome lo conoscevo. Lo avevo già sentito, visto, letto da qualche parte.

Rapida ricerca su internet, e su Facebook, e il mistero si è presto svelato: conoscevo Stefano perché frequentiamo assiduamente lo stesso gruppo, che si chiama Il galateo della milonga.

Ehi, ci siete anche voi? Niente da dire, è proprio ben frequentato! ;)


Ma torniamo a noi. Ho aspettato la pausa, l'ho seguito (sì, come una vera stalker!) e gli ho fatto la mia domanda a effetto: "Ma tu balli il tango?".

Momento di sorpresa, io mi sentivo imbarazzatissima (non amo presentarmi a gente che non conosco), ma vedere la sua reazione sconvolta è stato meraviglioso. Mi sono quindi presentata: "Sai, frequentiamo lo stesso gruppo, io sono quella del blog...".

E tutto il resto è storia.



Ma com'è possibile? Sono a Roma a un convegno sulla comunicazione e incontro una Tanguera-blogger che conosco solo su Facebook! #ccome16
Pubblicato da Stefano Cucchi su Sabato 30 gennaio 2016

E qui Elena vuol far la faccia da tanguera pasional :)
Pubblicato da Stefano Cucchi su Sabato 30 gennaio 2016


Foto, racconti di tango e di famiglie, di gatti e di figli, e la promessa di ritrovarci a Torino, magari, per il festival.

Però abbiamo deciso che questo incontro, tra due tangueri comunicatori, andava celebrato ancora più degnamente di così. E quindi, abbiamo pensato a una sopresa per voi: sono orgogliosa di annunciarvi il primo guest post di Raccontango, scritto da Stefano!

Non mancate, vi aspettiamo venerdì pomeriggio.


E voi avete qualche bella storia di riconoscimenti tangueri da raccontarmi, in milonga e fuori? 
Spazio nei commenti! 

martedì 26 gennaio 2016

Tango e business: 5 lezioni utili al lavoro che ho imparato ballando

Chi l'avrebbe detto che avrei scritto un post come questo, violando la sacralità dello spazio del "tango" e contaminandolo con quello del "business"?

Però è un po' che questo post mi frulla per la testa. Nella "vita vera" mi occupo di comunicazione e formazione, e devo ammettere di aver imparato delle lezioni davvero importanti per il mio lavoro, dalla mia esperienza di milonguera. Inoltre, sono convinta che le persone non vadano avanti procedendo per compartimenti stagni, ma che tutte le esperienze che fanno ne formino il carattere e la personalità, anche quelle legate alle proprie passioni. Anzi, soprattutto queste, direi.

Ebbene, ecco un po' di spunti. E come al solito, alla fine aspetto i vostri, nei commenti!

1. Senza "follower", non c'è "leader" che tenga

Ovvero, nel tango, senza seguidora puoi essere anche il marcador più bravo del mondo, ma rimani nello spazio virtuale della possibilità. Cioè, di fatto, non esisti, né come ballerino, né, a maggior ragione, come líder.
Si tratta di un concetto estremamente importante, nel tango come nel lavoro, dove tutti stanno a parlare di leadership e management (molto spesso a sproposito): per condurre, devi avere chi ti segue, e in ogni caso - aggiungerei - ti segue esattamente chi ti meriti
Se sei un leader capace, umile, che sa valorizzare i propri follower, ovvero i propri collaboratori, ne avrai tanti, bravi e affezionati, proprio come un ballerino bravo e che mette a suo agio la propria ballerina avrà la fila di donne che vogliono ballare con lui.
Se sei una persona dispotica, autoritaria, irrispettosa, il massimo che ti puoi aspettare è un gregge di pecore terrorizzate e succubi, che ti lasceranno non appena troveranno un po' di coraggio per farlo - o qualcuno più terrorizzante di te.


Coppia che si abbraccia sorridendo alla fine di un tango
Tango Couple, di Pedro Ignacio Guridi, su licenza CC BY

sabato 26 dicembre 2015

Un abbraccio di buone feste!

Riemergo da una settimana intensa, fatta di preparativi, regali fatti a mano, chiacchiere con le persone che amo, ricette e decorazioni natalizie, coccole ai gatti, un trasloco (sì, perché quando torno a casa, da Milano, mi porto dietro mezzo appartamento!), tanti biscotti, e molto poco tango.

Perché io faccio parte di quelle persone che non hanno una, ma mille passioni, e quindi - in certi periodi dell'anno e della vita - anche il tango passa in secondo piano, e emergono le persone. Le più importanti della mia vita, poi, non ballano: e quindi sono io a rinunciare a un po' di me per stare con loro.

martedì 17 novembre 2015

Il più grande tanguero della Pampa... e altre storie

Francesco Scarrone, Di lama e d'ocarina, Gorilla Sapiens Edizioni
Francesco Scarrone non balla il tango, eppure ha scritto un libro bellissimo di storie di tango. Sto parlando di Di lama e d’ocarina, Gorilla Sapiens Edizioni, che per un periodo ha rischiato di chiamarsi come questo blog ma poi per fortuna (così non ho dovuto uccidere nessuno) ha trovato un titolo ben più poetico.
Come capita spesso, il tango è metafora di un viaggio interiore: Di lama e d’ocarina è un racconto di formazione, il primo dei 13 che compongono la raccolta e raccontano tutte le sfumature e le emozioni di questo ballo, il più lungo e ironico.
Quando ho scoperto questo libro, un paio di anni fa, me ne sono innamorata, e ho "perseguitato" Francesco su Facebook, tanto che mi ha concesso questa lunga e interessantissima intervista, con lo stile brillante che si ritrova anche nel suo libro.
Giornalista, scrittore e sceneggiatore, classe 1977, due figli piccoli da mantenere a pannolini, vive in Francia ("in Francia. Mica a Parigi"), odia i social network e cerca un modo per vivere scrivendo cose serie, tipo libri o sceneggiature, altro che blog e post e cagatelle per l'internet.
Che dite, siete pronti, cominciamo?

lunedì 2 novembre 2015

Mutande da tango - Tango Underpants

Che mutande usate quando ballate il tango? I mutandoni della nonna, oppure mutandine di raso e pizzo? (Vale anche per gli uomini: slip bianchi lisi o boxer neri super sexy?)


Se la risposta è "Tanto, non importa a nessuno", allora continuate a leggere: questo post fa per voi.

"Tanto, nessuno le vedrà tranne me": è così che risponde la protagonista di Tango Underpants (letteralmente, "mutande da tango"), corto diretto da Khrob e Miranda Edmonds a partire da un racconto di Carolyn Swindell.

venerdì 30 ottobre 2015

Un rossetto (rosso) ci salverà

Ovvero La perfezione della seconda scelta

Ieri ho comprato un rossetto rosso.
Qualcuno mi dirà: e che c'entra questo col tango, stai andando fuori tema.
C'entra, c'entra... il rossetto rosso c'entra con tutto, nella vita di una donna.

Innanzitutto, lo sapevate che le vendite di rossetti rossi aumentano, con la crisi? Non me lo sto inventando: qualcuno ci ha fatto uno studio scientifico, con tanto di "red lipstick index".

E io posso confermarlo: un rossetto rosso magari non ti cambia la vita, ma sicuramente ti svolta la giornata (alla modica cifra di 19 euro: molto più economico di una seduta dall'analista, e l'effetto è più immediato).

"Lipstick" di Mitchell Bartlett, su licenza CC BY

lunedì 26 ottobre 2015

Un (gradito?) ritorno

Che impressione. Tornare in queste stanze, dopo tre anni che le diserto.
Eppure, è sempre casa. Raccontango è proprio dove è più profondo il mio cuore.

Sono tanti, tre anni. Sono successe mille cose, in questi tre anni.
Per esempio, mi sono sposata. E ho cambiato lavoro. E città.

Il tango, però, resta. Sono cambiate le persone, i luoghi, le milonghe...
Non è cambiato il mio spirito libero, la mia ostinata volontà di non legarmi a un gruppo, a una scuola, a un maestro...

Perché a ballare continuo a andarci. Non spesso, no. Ci sono troppe cose che mi fanno male: l'indifferenza, lo snobismo di certi tangueri, la solitudine, i piedi...
Ballare ora è un lusso che mi concedo di rado, come si fa con il vino buono, un vestito di qualità, una serata a teatro.

Però - proprio per questo - me lo devo gustare per bene.

Con l'età sto diventando sempre più esigente, e ballare tutte le sere non mi interessa più - non mi basta più.

Sta succedendo la stessa cosa anche nella mia vita professionale: quello che faccio non mi basta più. E infatti non è un caso che sia qui, a scrivere di tango e di vita.

Sento di aver perduto, un'altra volta, la mia strada. E forse, anche questa volta, il tango mi aiuterà a ritrovarla.

 

tango - piedi
"Tango - feet" di Barbara Willi, su licenza CC BY / Trasformata in bianco e nero

lunedì 18 giugno 2012

Quando il tango è una vecchia ciabatta...

Capita, a volte, che un ballerino con il quale ti trovi molto bene scompaia dalle milonghe abituali. Lo consideri un irriducibile, dato che lo trovi in giro minimo due  volte alla settimana, e da un giorno all’altro ti sparisce. Basta, più, nada de nada, nessuna notizia, svanito come sotto il mantello dell’invisibilità di Harry Potter.
Se lo conosci, puoi chiedergli, dopo qualche mese, come va, come mai non si vede più: sarà  per la famiglia, un nuovo hobby, un figlio. Ma ogni tanto è uno sconosciuto, e allora – ve lo giuro, io di solito non sono catastrofista ma mi è capitato di pensarlo – ti chiedi se magari non sia morto, oddio, chi lo sa, magari è stato investito proprio uscendo da una milonga!
Per fortuna, però, ogni tanto i ballerini ritornano. Una sera, ed è tutto così normale, niente preavvisi, te li ritrovi in pista, come nulla fosse successo. Sono passati magari anni, e loro sono ancora lì, la solita camicia di lino bianca, la solita postura elegante, la solita espressione gentile. Ti salutano, ti sorridono, ti invitano, come nulla fosse successo.
Ti viene perfino il dubbio di essertela sognata, quell’assenza.
E quando rispondi alla loro mirada, quando riscopri il loro abbraccio, il tango con loro è come una vecchia ciabatta: comodissima, morbida, come se ti avessero sempre aspettato, e invece capisci quella che li ha aspettati, magari per anni, sei stata tu.

venerdì 1 giugno 2012

Paris, un amour de tango! - Ballare sulle quais

A Parigi d’estate si può ballare in un posto assolutamente magico. Sulle quais (le rive) della Senna, vicino alla Bibliothèque nationale, ci sono dei piccoli anfiteatri: uno di questi viene monopolizzato dai tangueros parigini, e dalle 8 a mezzanotte, tutte le sere, si balla sulla musica di un vecchio lettore cd. Ovviamente niente tandas  cortinas, è già tanto avere la musica! Ma è un'esperienza assolutamente da fare, tenendo conto di alcune cose.
Piedi parigini che ballano il tango...
Infatti capita spesso che ci siano dei problemi... si scaricano le batterie, non c'è abbastanza luce, oppure arrivano i flics, i poliziotti, che passano sistematicamente e fanno spegnere tutto se non ci sono le debite autorizzazioni. L’anno scorso ci sono voluti mesi, perché ne servivano tre, emesse da tre enti diversi: non per niente la parola burocrazia viene dal francese! Allora capita che tutta la gente radunata – si parla di anche un centinaio di persone, a volte – non abbia voglia di tornarsene a casa: l’aria è frizzante, l’atmosfera vivace, non si può certo abbandonare tutto alle 10 di sera!
Allora chi ha un ipod, un lettore mp3, qualsiasi cosa che possa produrre musica, la tira fuori e si mette a ballare. Ogni coppia un auricolare. Ogni coppia una musica diversa.
E allora scoppia il delirio: si vedono coppie che ballano forsannate milonghe a fianco di altre che si avvinghiano appassionatamente (forse ascoltano Pugliese?), a fianco di altre che volteggiano su presumibili tanghi nuevi, una vera e propria anarchia musicale, che però si può solo vedere e non sentire... una cosa assolutamente destabilizzante! 
Chi ha già ballato a Parigi, mi potrà ribattere polemicamente: “E non è quello che capita normalmente nelle milonghe francesi?”. In effetti, un po’ sì. Le milonghe della ville lumière non sono certo celebri per l’ordine e il rispetto della pista e delle tradizioni dei loro ballerini. Ma in questo caso quello che si vede è davvero assurdo! E – devo dirlo – molto lontano dallo spirito del tango, almeno come lo intendo io, comunitario e sociale.
In ogni caso, a chiunque ha intenzione di andare a Parigi d’estate consiglio una passeggiata serale sulle quais, anche a chi non balla. La vista su Notre Dame è splendida, e si può assistere a concerti improvvisati di musiche tradizionali, salsa, tango... tutto très parisien!

sabato 19 maggio 2012

Una raccomandazione... virtuosa

Ebbene sì, sono stata raccomandata e me ne vanto!
Il fattaccio è successo non molto tempo fa, in una milonga del tutto rispettabile. Dopo varie tande alquanto soddisfacenti, mi sono seduta con l’intenzione di osservare un po’. Avevo già puntato un ballerino ricciuto, dalla postura impeccabile. Stavo cercando di capire dove fosse seduto, così da spostarmi tatticamente alla fine della tanda successiva e mirarlo agiatamente. Nella pista non c’era, un sacco di confusione, le luci troppo basse, ma dove si era cacciato? Forse era in pausa sigaretta o pausa bagno?
Ormai rassegnata ad aspettare la tanda successiva, l’ho improvvisamente visto davanti al musicalizador, che mi guardava. Possibile? Sicuramente stava guardando qualcun’altra dietro di me. Eppure, sembrava proprio che guardasse me. E quello non era un cabeceo?
Be’, a un cabeceo si risponde con un altro cabeceo: ed è quello che ho fatto. Ma non mi sono mossa: mai alzarsi, a meno di non essere completamente e definitivamente sicura di esserne la destinataria! Assurdo però, i desideri non si trasformano in realtà così facilmente. Eppure, lui si è avvicinato proprio a me, e ha ripetuto il cabeceo.
Mi sono alzata e ho fatto un bel sorriso, e abbiamo cominciato a ballare.
Un bel feeling, e lui era davvero bravo. Dopo il secondo tango, mi ha sussurrato sorridendo: “Me l’aveva detto, il mio amico, che eri brava, che non dovevo andarmene senza aver ballato con te!

martedì 15 maggio 2012

Il tango è come la bicicletta...


... una volta che hai imparato, non lo dimentichi più.
Posso supportare questa affermazione portando due esempi. Il primo: erano più di quattro mesi che non ballavo. Quando non ballo entro in una spirale deleteria, perché meno ballo meno voglio sentir parlare di tango perché poi mi deprimo che non ballo e più mi perdo in mille altre cose, e poi che stanchezza che alle 10 di sera mi addormento sul divano e che tristezza che devo andare da sola e che paura che alle 3 di notte mi addormento al volante poi faccio un incidente e poi muoio.
Insomma, magari sono un po’ melodrammatica ma la sostanza è questa.
Ma torniamo a noi: erano più di quattro mesi che non ballavo, mese più mese meno. – Ma come mai? – si chiederanno i miei fedeli lettori. Questa è un’altra storia... promesso che ve la racconterò. Sono andata a ballare perché c’era una bellissima serata di tango proprio dietro casa mia, e vi assicuro che non abito a Parigi e quindi non è assolutamente quotidiano che ci siano serate di tango dietro casa mia, talmente dietro che ci vado in bicicletta. Quindi mi toccava proprio andare, pena amari rimorsi per i prossimi sei mesi minimo. E quindi ci sono andata.
Mi sono vestita carina ma nemmeno tanto, quasi per paura di rimanere delusa – dalla serata, dalla gente, da me stessa. Eh sì, perché avevo proprio paura di aver dimenticato tutto!
Sono partita da casa e ho fatto tutto il tragitto (ok, sono tre minuti ma mi sono parsi lunghissimi!) rimuginando tra me e me: “Sarà un disastro, avrò le gambe di legno, nessuno mi inviterà e l’unico che lo farà gli rovinerò addosso tra lo sconcerto generale”. Quando sono arrivata però mi sono rassicurata: tante facce conosciute, atmosfera conviviale...
Mi sono messa le scarpette e... magia! Sapevo ballare!
Una meraviglia, un successone, complimenti a pioggia e ho riacquistato sicurezza e voglia.
La cosa più bella però è il mio secondo esempio, quello che ho anticipato all’inizio del post: il mio compagno. Quello legnosetto, ricordate?
Ecco: lui non ballava da un anno credo, e per uno che ha fatto un corso di tango di sei mesi in tutto direi che è tantissimo. Eppure, quando l’ho costretto a ballare, è accaduto una specie di miracolo: sapeva, si ricordava, era perfino più sciolto rispetto a un anno fa! Probabilmente le cose si sono sedimentate e sono maturate, così, da sole. Pazzesco!
Ora devo solo convincerlo a continuare, e non la vedo facile. Ma io sono più cocciuta di lui, e lui lo sa. Lo aspetto al varco.

lunedì 18 aprile 2011

L’intesa perfetta


Sono follemente innamorata. Ho ballato con un uomo che – ‘tangueramente’ parlando – è l’altra metà della mia mela. Con lui è tutto perfetto: l’intesa fisica, i gusti musicali, il modo di intendere il tango, fatto di rispetto e intimità.
Con lui infrango una regola che mi sono imposta di rispettare sempre: ballo di continuo, tanda dopo tanda, finché i piedi non urlano di sedermi, incurante delle cortinas che si susseguono implacabili. Ballo tanghi, vals, milonghe (con una preferenza per i primi due, devo dire), sommersa dalla tenerezza e da quel sentimento di fusione totale simile solamente a quello che si prova a fare l’amore, e a farlo con la persona che si ama.
Con lui ho infranto anche un’altra regola: quella di non ballare altro che tango (o milonga, o vals). Io sono totalmente negata, oltre che assolutamente imbarazzata, in qualsiasi ballo che non sia il tango: mi sento a disagio, sono rigida, mi assale un sentimento di panico che mi fa sentire l’unica persona in tutta la sala a essere uno zero e quindi, di conseguenza, a essere guardata e derisa. Mi sono lasciata però contagiare dal suo meraviglioso senso musicale e dalla sua energia di grande danzatore, e ho ballato (in effetti, ho saltellato) una cortina caraibica che – visto il successo tra i tangueri, quasi tutti rimasti in pista – si è allungata in una vera e propria tanda.
Ebbene, mal di piedi a parte (è pazzesco ballare salsa, o qualsiasi cosa fosse, con un tacco a spillo di 9 centimetri!), è andata benino. Perfino per lui, colpito dalle mie doti di seguidora. Niente crisi di panico con apnea respiratoria, niente rossori diffusi, niente blocco fisico. Non sono nemmeno caduta.
Alla fine però sono stata moooolto contenta che la musica abbia ripreso con il meravoglioso Poema di Canaro, una boccata d’aria fresca.
Il tango ballato con alcune persone (rare come sono le persone da amare, in un sempre sorprendente parallelismo) è una vera magia. Sembra di conoscere davvero la persona che si ha di fronte, quando magari sono solo dieci minuti che si sta insieme, e si viene sopraffatti da un sentimento di affetto (davvero, giuro!) per un perfetto sconosciuto, che potrebbe aver appena messo una bomba nella metro, per quello che se ne sa. Le endorfine che si sprigionano sono quelle dell’amore, e anche il sentimento di totale irrealtà e sospensione dal tempo e dallo spazio è lo stesso. Solo, senza sesso. Magico, no?

venerdì 23 luglio 2010

Dolcezza e nostalgia

Ho frequentato per un periodo una certa milonga. Lì mi sono follemente innamorata di un abbraccio, di un modo di ballare... un uomo molto dolce, un po' riservato. Ho scambiato solamente due parole, con lui: non ne conosco che il nome. Ma non dimentico quelle emozioni, la sensazione di profondo ascolto e di attesa, di apertura, di dono all'altro di una parte di sé.
Poi la vita mi ha condotto in altre città, in altre milonghe... Ogni tanto, tornando, ho rivisto quell'uomo e ho ballato ancora con lui, ritrovandone la stessa dolcezza e la stessa riservatezza.

Talvolta ho cercato le caratteristiche di quei tanghi in altri tanghi, in altri uomini, però non ho più trovato un identico abbraccio, un'identica dolcezza. Ma ogni ballo è unico, come ogni uomo, come un amore. E guardare al passato non può fare che male: ci sono nuove pagine da scrivere.

Ogni tanto, però, ripenso a quell'uomo, di cui conosco solo il nome... e mi chiedo con nostalgia e tenerezza a chi stia donando i suoi abbracci.

giovedì 22 luglio 2010

Scarpe, fiori e sorrisi

Adoro prepararmi per una serata di tango. È diventata una ritualità, un piccolo momento che ritaglio per me stessa, quando torno a casa di corsa, magari dopo una intensa giornata di lavoro, con un mal di testa che mi sembra di impazzire...
Spesso comincio a "prepararmi" dalla mattina: come prima cosa, ballerine rasoterra. I tacchi sono vietati tutto il giorno, se la sera devo ballare, perché i miei piedi altrimenti si rifiutano di muoversi... Chi mi conosce bene lo sa, e sorride di un sorriso complice quando vede le mie scarpe a inizio giornata.

Tanti tanghi nell'ipod, per preparare il mio spirito durante i tragitti in autobus, e quando la sera rientro, che io abbia due minuti o due ore, sono tutti impiegati a preparare me stessa e la borsa: cena leggera (dalla quale sono banditi aglio e cipolla), doccia, trucco un po' più sofisticato rispetto al giorno, e eventuali cambi davanti allo specchio... I capelli, d'estate, li tengo rigorosamente raccolti: odio sentirli appiccicati alla schiena.
La borsa è fondamentale: io sono un'abitudinaria, per cui uso sempre la stessa, vecchia, enorme, di pelle nera... fuori il netbook, l'astuccio e gli occhiali "da vicino" che uso di giorno, per la notte servono cerotti (che non si sa mai), una bottiglietta d'acqua, un golfino se fa freddo al ritorno, e ovviamente le scarpe. Anche due paia, tanto per andare sul sicuro.

Questo momento diventa magico soprattutto quando vado a ballare con un'amica: allora i preparativi diventano un'occasione per stare insieme e giocare a farci belle.
Ci raccontiamo le nostre ultime storie, parliamo di uomini (ovvio!) e di tango, ridiamo, ci mettiamo lo smalto, proviamo milioni di vestiti prima di decidere con quale ci sentiamo bene, scegliamo i fiori da mettere tra i capelli, e le scarpe, le scarpe, che quelle comode sono meno belle, ma cavolo, con quelle dorate tacco 10 dopo un'ora si muore!

Poi usciamo, sempre di corsa perché siamo sempre in ritardo (e se sono sola ancora di più!), rischiamo di perderci se andiamo in macchina o di essere investite se andiamo a piedi, con le scarpe rasoterra ma i vestiti svolazzanti, e gli occhi e l'anima che sorridono.

sabato 17 luglio 2010

Angeli da tango (1) – Il Nonnino della Milonga

1. Il Nonnino della Milonga
grado di sicurezza **
grado di piacevolezza ****

Dicesi Nonnino della Milonga quell’esemplare di ballerino di tango la cui età è palesemente superiore a quella media – pur alta – dei ballerini maschi, e che per simpatia e conformazione fisica non può non ispirare tenerezza e affetto “nipotale”.
Ha i capelli bianchi, gli occhi buoni, un abbraccio che ti ricorda la tua infanzia. Ogni tanto profuma di biscotti e mele cotte alla cannella. Si veste da nonno, con pantaloni lunghi e camicie a quadretti sotto le quali si intravede la provvidenziale maglia della salute, ovviamente di lana, che la moglie lo costringe a mettere per evitare che prenda freddo in mezzo alle correnti d’aria.

Essendo in pensione da una vita, da circa vent’anni dedica metà del suo tempo ai nipoti, e l'altra metà al tango. Almeno due volte alla settimana parte dal paese con la sua Cinquecento (sempre la stessa, da dieci lustri almeno), con al fianco la consorte, che non balla, e che quindi non scende neppure, ma rimane in macchina tutta la sera a lavorare a maglia, stando attenta che non si avvicinino “i malintenzionati”. Il Nonnino invece entra in milonga alle 8 di sera (e del resto, lui cena alle 6 e mezza, per cui le 8 è già tardi): è il primo. Si siede e aspetta.
Quando i primi ballerini arrivano, un paio d’ore dopo, lui è sempre lì, immobile. La proprietaria della milonga gli si è già avvicinata un paio di volte, apostrofandolo simpaticamente: “E allora, signor Nonnino, tutto bene? L’orto? La sua signora? I nipoti?”. In realtà, non è solamente interessata alla sua vita, ma ha escogitato questo semplice espediente per controllare che sia ancora vivo (lo è) e reagisca a semplici stimoli esterni.

Il Nonnino della Milonga, oltre a dedicare almeno un paio di sere alla settimana ad andare in milonga, da tempo immemorabile ormai ogni inverno va a Buenos Aires, dove ha pure dei parenti emigrati all’inizio del XX secolo (così sfugge l’inverno italiano e si gode due estati all’anno). Lì ha perfezionato il suo stile, che però diventa di giorno in giorno più flebile e minimalista, per ovvi motivi anagrafici.
Quando torna dai suoi viaggi, nelle milonghe italiane si trova spaesato, e cerca invano di ricreare il clima delle milonghe argentine. Si guarda perciò intorno cercando mirade in risposta alle sue, ma solitamente rimane deluso. Quando però tu lo “miri” da un capo all’altro della sala, con un sorriso di incoraggiamento a 56 denti, il suo sguardo improvvisamente si illumina: la tua mirada sortisce un effetto migliore di un’operazione alla cataratta. Ti invita, titubante, col capo (è mai possibile che una ragazza così giovane possa essere interessata a ballare con lui?), e tu rispondi entusiasticamente. Allora lui si alza traballando, fa tutto il giro della pista, con educazione e rispetto di quelli che stanno già ballando, e si ferma davanti a te con un sorriso. Allora ti alzi e lo abbracci. E sa di biscotti e di cannella, e tu senti che sta davvero ballando per te e con te: non cerca di farsi notare, non gli interessano gli altri. Esisti solo tu, e tra le braccia di quest’uomo di altri tempi ti senti una principessa.
E non importa se i passi sono sempre gli stessi: ritorni alla base del tango, alla camminata, e ti concentri sulla musica, che lui conosce benissimo.

Non puoi allora fare a meno di pensare a quanto ne guadagnerebbero i tanghi con i ballerini giovani, se anche loro cercassero l’essenziale: la musica, la camminata e te, la donna.

martedì 6 luglio 2010

La magia del tango

Recentemente, ho accettato un invito che non avevo cercato, proveniente da un uomo sconosciuto e che non avevo neppure mai visto ballare (e quindi, di fatto, una specie di appuntamento al buio).

Già dall’abbraccio ho capito che poteva esserci feeling: confortevole, morbido, ma anche saldo.

Insomma: un abbraccio “da occhi chiusi”. 

Due tangueri si abbracciano a occhi chiusi
"Tango", foto di Iolez Deniel, su licenza CC BY

Dopo il primo tango della tanda ci siamo staccati con un certo dispiacere, e alla fine del secondo il mio compagno di cinque minuti mi ha detto una cosa che mi ha sorpreso, perché gliel’avrei potuta dire io: “Brava, davvero piacevole ballare con te. Con certe persone, come dire, ‘funziona’: sembra impossibile credere di non aver mai ballato insieme, noi due, perché ci capiamo perfettamente.

Ma è questa la magia del tango, no?”.


E, proprio perché la magia è destinata a finire, dopo l’ultima nota della tanda ci siamo lasciati con un sorriso, con un nome che forse ricorderemo, forse no, ma anche con la sensazione fortissima di essere stati profondamente capiti, almeno per dieci minuti, da un perfetto sconosciuto.

L’identikit del (mio) perfetto tanguero

Dopo lunghe frequentazioni di milonghe, credo di essere riuscita a individuare l’identikit del tanguero perfetto (perfetto per me, almeno): quando un uomo corrisponde a questa descrizione, difficilmente mi delude.

Innanzitutto, non è molto alto, che sennò l’abbraccio diventa troppo faticoso (l’ideale è la mia stessa altezza quando ho i tacchi), né troppo magro, che sennò non mi sento sostenuta, né troppo grasso (ma comunque ha un po’ di pancetta, che dà una sensazione di solidità e concretezza).
Pulito, ha un buon odore di bucato e sapone, che non coprono però l’odore naturale (aboliti i profumi stordenti e i dopobarba); può tenere un chiodo di garofano in bocca, che ha un profumo gradevole.
Indossa di preferenza una camicia di lino o di cotone (in estate sono ammesse anche le maniche corte e le polo), e dei pantaloni rigorosamente lunghi di foggia abbastanza elegante (vietati i tasconi laterali e i jeans strappati).

Mi sono innamorata tre volte, stasera...

Se esistono tante tipologie di tangueri che bisogna assolutamente cercare di evitare, è vero che esistono anche molti ballerini (e ballerine) con i quali ballare è davvero meraviglioso. La cosa più bella in assoluto, secondo me, è quando questa perfetta comprensione capita con uno sconosciuto: è molto raro, ma proprio per questo ancora più magico.

Come si fa però a capire, e a “preparare”, in un certo senso, il terreno per una tanda da non dimenticare?


"Walking in an Embrace", di Louis Dallara, su licenza CC BY