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mercoledì 11 maggio 2016

Come non farsi rifiutare da una donna in milonga

Care amiche, ma soprattutto cari amici, eccomi qui con il post gemello di Come farsi invitare da un uomo in milonga, che tanto vi è piaciuto (grazie!!!).

Ve l'avevo promesso, e quindi vi offro il mio punto di vista cinico e femminile (in effetti, questi due termini potrebbero essere sinonimi) sui motivi che portano una donna a rifiutare un invito in milonga e su come fare per evitare che succeda. Eh sì, perché noi ci lamentiamo tanto che non balliamo abbastanza ma ci concediamo comunque il lusso, ogni tanto, di dire di no.

Ma analizziamo bene il fenomeno, a partire dal perché una donna rifiuta un invito. Ovviamente, come al solito, parto dalla mia esperienza personale e poi la allargo a quella delle mie amiche, per cui sentitevi pure liberi di dissentire: non mi offenderò.
Secondo me, i motivi principali sono questi quattro:

  • perché ha male ai piedi
  • perché sta cercando di invitare con la mirada un altro ballerino
  • perché non le piacete (abbastanza)
  • perché capisce di essere una seconda scelta


Tanguera che non balla in milonga
Milonga, foto di Ioiez Deniel, su licenza CC BY

domenica 3 aprile 2016

Amsterdam sarà la nuova capitale europea del tango?

Per anni, la capitale europea del tango è stata Parigi. Questo primato, negli ultimi anni, le è stato conteso da Berlino, dove la scena tanguera è giovane e vivace. Un mio recente viaggio a Amsterdam mi ha fatto intravedere tutte le potenzialità di questa piccola e deliziosa città nordeuropea, che rischia di insidiare il primato delle altre capitali, se non per la quantità, almeno per la qualità del tango ballato.

Amsterdam è una città deliziosa. Capitale dei Paesi Bassi, ha una rete di canali lunga più di 100 chilometri e 800.000 abitanti, di cui circa 200 ballano il tango (tanguero più, tanguero meno).
Per questo, anche solo pensare che diventerà la nuova capitale europea del tango sembra un'ipotesi del tutto assurda.

E infatti, una settimana fa, quando sono partita per l'Olanda, ho infilato le scarpe da tango in valigia più per abitudine che per reale desiderio di ballare. Qualche anno fa ho frequentato per un po' le milonghe di Liegi, in Belgio, dove ho incontrato persone carinissime e simpatiche, ma che non brillavano per esperienza, tecnica e cultura milonguera. Ebbene, mi aspettavo che a Amsterdam fosse più o meno lo stesso.

Vista di un canale a Amsterdam, con biciclette
Amsterdam, di Claus Gerull, su licenza CC BY

In effetti, avevo sottovalutato Eike (non so come si scrive, ma si pronuncia "èiche"). L'ho conosciuto alla Reina di Bologna e ci ho ballato insieme circa tre settimane fa. Eike è un ragazzo ovviamente alto, ovviamente biondo, ovviamente con un sorriso da lasciare senza fiato. Eike è educatissimo, comunica di preferenza in un delizioso mix di spagnolo e italiano, è olandese e balla decisamente bene. Forse per la sua statura, però, non ho compreso appieno il suo potenziale (mea culpa, faccio sempre un po' di fatica con gli uomini alti visto che ho un abbraccio molto stretto).
In ogni caso, giusto perché sono pur sempre figlia di mia madre (per chi non conosce la Piera, questa affermazione valga "linguacciuta e senza pudore"), appena ho saputo che era olandese gli ho chiesto consigli sulle milonghe a Amsterdam, visto che ci sarei andata la settimana dopo per lavoro.
Lui mi ha detto di andare a Los Locos, il martedì, mi ha salutato gentilmente e è scappato, rifugiandosi nuovamente nel suo nordico riserbo.

Quindi, sono partita con le scarpe in valigia ma poca, pochissima speranza di ballare bene.
"Tanto sarò stanca dopo una giornata in fiera", mi continuavo a ripetere. "Tanto avremo mille cene di lavoro." (Ve l'avevo detto che sono andata a Amsterdam per lavoro, no? Perché ho un nuovo lavoro. Fatemi in bocca al lupo).

Fatto sta che martedì non c'erano cene programmate, e quando ho annunciato ai miei capi che avrei avuto piacere di andarmene per i fatti miei mi hanno detto: "Vai, vai" (uhm, me lo dice sempre anche mio marito, ora che ci penso: ma non è che tutti si vogliono liberare di me?).
Comunque, a quel punto non avevo scuse: bisognava andare a Los Locos.
La cosa bellissima degli olandesi è che, come tutti i nordici, mangiano presto, cominciano presto le serate, e poi le finiscono presto. Così al mattino sono freschi come delle rose per andare a lavorare, e la sera cominciano a ballare alle 19.30. Sì, avete capito bene: alle sette e mezza.
Io che sono nordica ma non così tanto, ho preso il bus, 20 minuti dall'appartamento dove stavamo, in zona sud, e sono arrivata alla milonga, comodissima e ben servita dai mezzi, sulle 9 e un quarto.

Suono, mi aprono, e nell'atrio trovo un signore di una certa età che si sta infilando le scarpe. Entro nella sala e - seguendo le indicazioni - vado al bancone per pagare l'ingresso (5 euro), e trovo Koos (si pronuncia tipo "khòs", con la h aspirata, anzi rantolata, quel bel suono tipico dell'olandese), gentilissimo come tutti, che mi dice con ariaun po' svagata di lasciare il cappotto nell'atrio dove c'è il guardaroba. Esco di nuovo, trovo il signore di prima che mi sorrido e mi dice: "Ci vediamo dopo".

Quando rientro nella sala, finalmente mi guardo intorno. Ci saranno circa 30 persone in tutto, 4 o 5 coppie che ballano. Mi colpisce subito il fatto che praticamente tutti siano abbondantemente sotto i 40 anni.

Mi siedo, un po' defilata, e osservo.

L'ingresso della milonga Los Locos, a Amsterdam
L'ingresso della milonga Los Locos, a Amsterdam

Finita la tanda, il signore del guardaroba mi si avvicina, lo guardo, ci invitiamo.
"Che fortuna!", penso appena lo abbraccio. "Ho trovato un Nonnino della Milonga!".

Si chiama Stan Lee, ha un abbraccio morbido come un cuscino e balla con tutto il cuore. Mi dico tra me e me che se pure non ballerò con nessun altro, la serata non sarà stata sprecata, per quell'unica bellissima tanda.
Ma appena mi risiedo, arriva un altro invito. Sempre con mirada e cabeceo. E ballo meglio di prima, con un ragazzo della mia età con un senso della musica pazzesco.
Mi riaccompagna al posto alla fine della tanda, mi siedo, e succede di nuovo la stessa cosa, altro invito perfetto, altra tanda meravigliosa con un altro ragazzo carino e bravissimo.

[Piccolo inciso: come gli uomini, anche noi donne siamo sensibili a bellezza e gioventù, soprattutto se abbinate a bravura e musicalità. Questo non significa assolutamente che non balliamo o non vogliamo ballare con tutti, purché garbati e profumati! In ogni caso, a me piacciono i mori con gli occhi verdi, ma devo dire che pure sti olandesi alti e biondi hanno il loro perché. Fine dell'inciso.]

La serata è proseguita in questo modo, senza sosta, con i ballerini che facevano la fila per ballare con me. E tutti con tecnica e cuore!
Ormai ero pervasa dall'entusiasmo, in pieno delirio da male ai piedi, tanto da farmi sragionare. Forse proprio per questo ho cominciato a farmi delle domande.

1. Perché tutti volevano ballare con me?

I miei parametri di bravura e bellezza sono assolutamente nella media (se non leggermente al di sotto, viste le bellissime, biondissime e leggiadre ballerine olandesi che costellavano la milonga).

2. Come facevano tutti a ballare così bene?

Ricordiamo che si trattava di una milonga infrasettimanale, dove notoriamente il livello è più basso rispetto a quello delle milonghe del weekend.

Mi sono data queste risposte.

Tutti volevano ballare con me un po' perché ero una faccia nuova, in un posto dove di facce nuove, effettivamente, non credo se ne vedano molte. Infatti, molti ballerini mi hanno raccontato che loro si spostano molto in giro per l'Europa, andando a festival e encuentros praticamente una volta al mese.
Probabilmente questo è anche uno dei motivi per cui ballano così bene e sono così bravi a interpretare lo spirito sociale del tango. Sono abituati a spostarsi, a invitare persone nuove, a confrontarsi con diversi stili di ballo e diverse culture, e soprattutto conoscono profondamente le difficoltà di entrare in una sala non conoscendo nessuno, non essendo nessuno.
Una delle cose che mi ha colpito di più, poi, è stata la mancanza di competizione tra ballerini e scuole di tango: l'atmosfera che si respira a Amsterdam è rilassata, il momento degli annunci (fatti con naturalezza solo in inglese, a beneficio mio che purtroppo l'olandese non lo mastico per niente) ha coinvolto chiunque avesse qualche evento in programma, e non solo gli organizzatori della milonga.


Santa Milonguita, a Amsterdam
Santa Milonguita, a Amsterdam

giovedì 5 novembre 2015

Fuori dalla gabbia

"Creative Freedom", di Wes Lindberg, su licenza CC BY

Libertà... non ti rendi conto di quanto ti è mancata finché non la riassapori. "Sono fuori dalla gabbia", ho pensato.

Finalmente. Me lo meritavo.

Mesi di dolore sordo e costante, somatizzazioni, piccole frustrazioni mascherate da sorrisi e autoironia. Perché noi donne siamo così forti? Ma soprattutto, perché abbiamo una soglia del dolore così alta? (Maledetta Natura, che ci hai costruite come macchine da parto.)

Ogni tanto, vorrei essere nata debole. Mediocre, ma felice.


E invece no, eccomi qui, meravigliosamente (?) complicata, rompicoglioni quanto basta, e altamente infiammabile.

lunedì 26 ottobre 2015

Un (gradito?) ritorno

Che impressione. Tornare in queste stanze, dopo tre anni che le diserto.
Eppure, è sempre casa. Raccontango è proprio dove è più profondo il mio cuore.

Sono tanti, tre anni. Sono successe mille cose, in questi tre anni.
Per esempio, mi sono sposata. E ho cambiato lavoro. E città.

Il tango, però, resta. Sono cambiate le persone, i luoghi, le milonghe...
Non è cambiato il mio spirito libero, la mia ostinata volontà di non legarmi a un gruppo, a una scuola, a un maestro...

Perché a ballare continuo a andarci. Non spesso, no. Ci sono troppe cose che mi fanno male: l'indifferenza, lo snobismo di certi tangueri, la solitudine, i piedi...
Ballare ora è un lusso che mi concedo di rado, come si fa con il vino buono, un vestito di qualità, una serata a teatro.

Però - proprio per questo - me lo devo gustare per bene.

Con l'età sto diventando sempre più esigente, e ballare tutte le sere non mi interessa più - non mi basta più.

Sta succedendo la stessa cosa anche nella mia vita professionale: quello che faccio non mi basta più. E infatti non è un caso che sia qui, a scrivere di tango e di vita.

Sento di aver perduto, un'altra volta, la mia strada. E forse, anche questa volta, il tango mi aiuterà a ritrovarla.

 

tango - piedi
"Tango - feet" di Barbara Willi, su licenza CC BY / Trasformata in bianco e nero

martedì 3 luglio 2012

10 modi per scaricarlo (con grazia) in milonga

Quale donna può affermare di non aver mai desiderato di aver rifiutato un invito, arrivato magari prepotentemente con un colpo sulla spalla, una volta che si sia trovata in mezzo alla pista, abbarbicata a un polipone puzzolente e forforoso, cercando di sopravvivere a calci e pestoni?
Ecco allora a voi un prontuario di scuse garantite al 100% per rifiutare un invito indesiderato. Dalla scusa più classica (che talvolta è pure vera) a quella più arzigogolata e istruttiva, come togliersi dai piedi (anche per sempre) i ballerini più fastidiosi e inopportuni della milonga!

1.        Mi spiace, ma... ho male ai piedi.
È la scusa più gettonata in assoluto, talmente è verosimile. Ormai però gli uomini hanno mangiato la foglia, per cui molto facilmente torneranno a invitarvi dopo un po’; ma può anche capitare che si offendano a morte per la sua banalità, e allora non li vedrete mai più.
2.       Mi spiace, ma... sto raccogliendo le forze per dopo, sono esausta.
Anche questa scusa è molto gettonata e verosimile. Certo, se manca un quarto d’ora alla fine della serata verrete smascherate facilmente.
3.       Mi spiace, ma... stavo giusto per andare a incipriarmi il naso.
Scusa leggermente démodé, ma sempre piena di grazia. Ovviamente, non serve che andiate davvero a incipriarvi il naso, in bagno potete fare quello che volete, basta perdere quei 5 minuti.
4.      Mi spiace, ma... sto aspettando un’amica.
Scusa tranquilla, che non garantisce però il successo al 100% durante l’intera serata: l’inopportuno potrebbe tornare alla carica più tardi, magari pure con la vostra amica.
5.       Mi spiace, ma... sto aspettando un amico.
Variante leggermente più efficace (e maligna) della precedente: gli uomini in milonga si sentono sempre galletti nel pollaio, quindi ribadire la presenza di un ‘amico’ uomo al vostro fianco scoraggerà l’importuno dall’invitarvi ancora.
6.       Mi spiace, ma... ballo solo Antonio Bonavena/Francisco Rotundo/José Servidio (o qualsiasi direttore o compositore misconosciuto...).
Fate un giro su todotango.com per prendere ispirazione. Questa scusa non funziona se il seccatore è un fissato di musica e la conosce più di voi; onde evitare che torni a invitarvi durante la serata, quando parte la tanda di Antonio Bonavena/Francisco Rotundo/José Servidio, mettetevi d’accordo con il musicalizador.
7.       Mi spiace, ma... ho fatto voto di castità tanguera, posso ballare solo con mio marito.
Questa scusa non dà spazio a fraintendimenti. E del resto, se il tango è una religione, perché non dovrebbe avere i suoi fanatici?
8.       Mi spiace, ma... ballo solo con gli uomini vestiti a pois rossi e verdi, con la cresta punk.
Scusa quasi lirica, anche perché consente una grandissima libertà espressiva: potreste voler ballare solo con clown con sei dita, pirati con una gamba di legno, pompieri in divisa...
9.       Mi spiace, ma... non sono una campionessa di apnea, non credo di farcela 10 minuti senza respirare.
Scusa sottilmente insinuante, forse al puzzone cronico potrebbe servire una scusa più esplicativa. Ma in fondo, se non si lava, fatti suoi. Basta che non pretenda di ballare con voi.
10.    Mi spiace, ma... sono allergica alla forfora.
Non si può provare nient’altro che venerazione nei confronti delle caritatevoli sacerdotesse della dea Igiene che usano questa scusa, sacrificando la loro potenziale tanda in nome di un Bene superiore, avendo ripercussioni positive per l’intera comunità delle ballerine!

lunedì 4 giugno 2012

Che bello, ho male ai piedi!

Una delle cose più belle del tango è il male ai piedi. Sembra un controsenso, eppure è così: gli sportivi mi capiranno – anche i maratoneti affermano di sentirsi bene dopo 42 chilometri di corsa. Contano le endorfine ma la questione è anche psicologica. Il male ai piedi del tango è la dimostrazione che la serata è andata bene, perché chi resta seduto tutta la sera non ha certo male, e quel dolore che si irradia dalle piante e si diffonde in tutto il corpo è la prova tangibile che si ha ballato, e tanto, e quindi bene. Infatti, nessuno balla tanto se non si trova bene in una milonga, perché o se ne torna a casa presto o se ne sta seduto a guardare gli altri, maledicendo la propria mala sorte.
Il male ai piedi è una specie di trofeo soprattutto per le donne, che lo esibiscono con orgoglio alle amiche-rivali, le altre ballerine. Più male hanno, e più successo hanno avuto la tal serata.
Il mal di piedi della tanguera, poi, non è lo stesso che può capitare dopo una serata con le scarpe sbagliate, quelle che ti segano le dita e ti riempiono di vesciche ovunque, perché le scarpe da tango sono come delle ciabatte, tacco a parte. I piedi, quindi, dopo una bella serata non sono feriti e malconci, sono semplicemente stanchi. Le endorfine emesse dal proprio corpo che balla felice, del resto, aiutano a sopportare il dolore.
A me è capitato di sfiorare il nirvana, l’illuminazione, durante qualche ultima tanda (tipo alle 8 del mattino, e ballavo dalla mezzanotte). Perché ormai il dolore è assoluto, i piedi vanno da soli, la priorità non sono più gli adornos ma non stramazzare a terra, il cervello è scollegato e la coscienza può intuire vette di saggezza.
Il male ai piedi, infine, è una delle scuse più gettonate per rifiutare un invito. Io però la sconsiglio: intanto, oramai gli uomini non ci credono più, e poi, quando invece è la verità – un po’ come lo scherzo del pastore di Esopo –, valli a convincere che vuoi davvero ballare con loro la prossima tanda, è solo che ora stai praticamente svenendo nelle tue scarpette tacco 10! Io, vi giuro, ho inseguito un ballerino che mi aveva invitato nel momento sbagliato – quando ero appena crollata su un divanetto perdendo praticamente conoscenza – per tutta la sera, cercando di convincerlo che non era una scusa, la mia. Poi alla fine ha ceduto e mi ha invitata, ma che fatica.